Rete Antiviolenza – La violenza silenziosa

Share

Quest’anno per il 25 novembre (qui ne abbiamo affrontato il significato) abbiamo deciso di affrontare un argomento ancora troppo sconosciuto: quella violenza che non si vede fisicamente, ma che dentro ti distrugge ovvero, la violenza psicologica, la più subdola e pericolosa perché è invisibile, non lascia lividi evidenti.

Come sappiamo, la violenza non è solo fisica, ma può essere:

  • psicologica;
  • economica;
  • sessuale;
  • stalking;
  • nell’ambiente di lavoro: mobbing;

Una cosa dev’essere chiara quando si parla di violenza: si parla sempre di relazioni di potere.

E non è da sottostimare il fatto che le vittime di violenza, di qualsiasi violenza, hanno delle ripercussioni psicologiche gravissime, che le condizioneranno tutta la vita.

La violenza psicologica consiste in una serie di atteggiamenti, gesti, parole e discorsi volti direttamente a denigrare l’altra persona e il suo modo di essere. Invisibile, porta danni spesso permanenti. Ha lo scopo di rendere la persona insicura, per poterla controllare e sottomettere.

Nella violenza psicologica il danno subito non può essere misurato sulla base di lesioni fisiche più o meno gravi, o di avvenimenti traumatici; si tratta infatti di una esposizione prolungata ad un’atmosfera di tensione crescente che si chiude sulla vittima come una gabbia invisibile.

Infatti, i maltrattamenti psicologici non lasciano tumefazioni ed escoriazioni visibili nel corpo tuttavia, la violenza psicologica produce ferite in luoghi più profondi segnando la vita di chi ne è vittima. Ci sono parole che possono ferire profondamente più dei pugnali, possono essere usate per umiliare e giorno dopo giorno distruggere una persona, togliere ogni sicurezza e gioia di vivere.

Ed è proprio questa natura invisibile a renderla particolarmente pericolosa in quanto di difficile identificazione: posso sentirla, posso toccarla, ma non posso vederla. Quindi non posso catalogarla.

Si tratta di una forma di violenza subdola che si insinua nella vita della vittima in modo graduale, che non solo ne lede l’autostima ma crea anche un’assuefazione all’abuso, garantendo a chi la perpetra un controllo sempre maggiore sul partner.

Un termine molto diffuso nella definizione di questa serpentina forma di violenza è quello di “gaslighting“, dal nome di un’opera teatrale di Patrick Hamilton del 1938 nella quale il marito, attraverso un gioco manipolatorio di accensione delle lampade a petrolio, porta la moglie a dubitare delle proprie percezioni fino a impazzire, presentandosi al contempo come vittima delle bizzarre percezioni e della stramberia di lei.

In quest’opera è reso molto bene il clima di dubbio, confusione e disapprovazione continua che si costruisce progressivamente in una relazione di potere, dove qualsiasi comportamento o atteggiamento viene ritenuto sbagliato o inadatto.

Il processo è molto semplice: inizia con semplici insinuazioni che lasciano intuire in modo indiretto a chi si trova nella posizione di ricevente la propria inadeguatezza non solo rispetto al partner ma anche a tutto l’ambiente circostante. Iniziando inoltre ad addossare a chi subisce la situazione la colpa di un progressivo allontanamento emotivo da parte del proprio compagno.

Inutile dire che quando queste insinuazioni si trasformano in una vera e propria aggressione verbale si è già creato nella vittima una sorta di assuefazione a questa forma di umiliazione, insieme al dubbio sulla legittimità delle proprie percezioni.

Non è il comportamento ad essere preso di mira ma la persona in quanto tale, in ogni cosa che manifesti la sua individualità.

Naturalmente a questo si aggiunge un suo progressivo isolamento: le viene impedito di lavorare (o di accedere alle finanze personali/comuni) e di avere una vita sociale, di vedere gli amici, di mantenere rapporti con quest’ultimi e con la famiglia, allo scopo di renderla completamente dipendente dal compagno, così che non sfugga al suo controllo.

L’isolamento è al contempo causa e conseguenza dei maltrattamenti; in queste situazioni le donne dicono spesso di sentirsi prigioniere.

La donna comincia a vivere in un continuo stato di tensione e di colpa. Le attività più elementari si trasformano in attività che inevitabilmente la mettono alla prova e la vedono sotto esame. Ogni azione necessita dell’approvazione dell’uomo/carnefice che però in realtà viene vissuto come l’unico possessore della verità, l’unico ad essere capace di poter esprimere il “giusto” giudizio sull’operato che essa mette in atto.

E’ quindi fondamentale rendersi conto che non è solo la segregazione fisica a rappresentare una condizione di schiavitù e prigionia, proprio come non sono solo i lividi e le ossa rotte a rappresentare la violenza domestica.

Chi è sottoposto costantemente a questo clima iniziano a sviluppare un processo di clonazione nel quale il pensiero espresso dalla persona amata diventa il proprio: si inizia così a dubitare di se stesse, cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio.

Ma, considerando la natura subdola di questa forma di violenza, come identificarne la presenza nella relazione?

Non è facile, né per chi la subisce né per chi vi assiste.

Una strategia alla base della violenza psicologica è costituita dalle critiche avvilenti volte a minare l’autostima della persona, a mostrarle che è priva di valore; per esempio la persona può essere denigrata per quello che fa, può essere accusata di pazzia, criticata rispetto al suo aspetto fisico o alle sue capacità intellettuali.

Abbiamo già evidenziato come umiliare, svilire, ridicolizzare, costituiscono atti peculiari della violenza psicologica. Talvolta, quando le critiche e le umiliazioni sono a contenuto sessuale, queste generano un senso di vergogna che diventa un ulteriore ostacolo al cercare un aiuto esterno (come specificato in questo articolo La violenza psicologica de La Casa delle Donne).

 

Ma andiamo a vedere meglio come si manifesta la violenza psicologica all’interno di una relazione di potere:

Controllo sistematico e costante:

“Dove stai andando?”

“Chi stai chiamando?”

“Cosa stai facendo?”

A poco a poco, il maltrattante prende sempre più spazio nelle decisioni e nella libertà della compagna. Il possesso è alla base di questo meccanismo. Ad esempio, da solo stabilisce a che ora e cosa si deve mangiare, impedisce alla “sua donna” di intraprendere un lavoro o coltivare una passione, decide in maniera totalmente autonoma dove andare in vacanza o le amicizie da frequentare, come educare i figli o cosa fargli fare, dove mandarli a scuola e se frequentare parenti, nonni e amici.
Gelosia e molestie assillanti:

“Tu non vai da nessuna parte!”;

“Chi è questo tuo amico su fb?? Hai una storia con lui??”;

“Ho visto come l’hai guardato!!”

“Guarda come ti vesti! Sei proprio una pu***na!”

Chi è geloso vuole possedere la propria partner totalmente, e non sopporta che la donna sia “altro” da lui. Minacce, interrogatori interminabili, ricerche di prove, estorsione di confessioni, controllo sul telefonino ed email, niente deve sfuggire al suo controllo.

 

Umiliazioni, critiche avvilenti volte a minare l’autostima della persona, a mostrarle che è priva di valore. Denigrarla:

“Guarda cos’hai fatto!”;

“Scusatela, mia moglie è una deficiente!” : umiliazioni pubbliche;

“Non capisci nulla!”;

“Ma come ti sei conciata??”

“Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)”

“Non vali niente!”;

“Non sei una buona madre!”

La donna non è degna di rispetto e non ha diritto ad un’esistenza propria quindi umiliazioni, mortificazioni sul suo aspetto fisico, sui suoi amici, il suo passato etc. La partner non può indossare capi d’abbigliamento che esaltino la propria femminilità, la convince di non essere adeguata, di essere fuori luogo.

 

Minacce:

“se mi lasci non troverai nessuno che ti amerà come me!”

“se te ne vai mi ammazzo!”- La minaccia di suicidio costituisce una violenza di estrema gravità perché porta il partner a sentirsi responsabile delle azioni dell’altro e a dover restare immobile per il timore delle conseguenze di qualsiasi sua scelta.

 

Atti intimidatori: urla, offese, sbattere le porte, lanciare o rompere oggetti, prendere a pugni il muro, maltrattare gli animali domestici o i figli, rovesciare la cena, guidare a tutta velocità, minacciare di togliere gli alimenti o portare via i figli ecc.

Le minacce e gli atti intimidatori non vanno considerate forme di violenza repressa, bensì azioni di violenza indiretta che ha l’obiettivo di far capire quanto si è forti e cosa si è in grado di fare. . Tali comportamenti vogliono intimorire l’altra persona, minacciarla della propria forza e capacità di fare del male (agli altri e a se stessi).

 

Costante messa in discussione delle percezioni della vittima (gaslighting):

“Sei sicura di avermelo detto? Te lo sei sognata!”

 

Isolamento imposto (strategia per mantenere il potere):

“Stasera non vai da nessuna parte”;

“Decido io chi invitare in casa”;

“non guardare più questo programma/questo libro non lo devi leggere!”;

“ Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!”;

“Non chiamare quella stupida tua madre/sorella/amica!”

L’uomo crea distanza dalla famiglia di origine di lei mettendola addirittura contro il suoi stessi familiari, dai suoi amici, ottenendo così che la donna si occupi solo di lui. Con il verificarsi di un completo divario dalla vita sociale, limita tutte le possibilità materiali per comunicare con l’esterno e controlla l’utilizzo di soldi, automobile, telefono. La donna da parte sua confonde questi comportamenti come una “prova d’amore” e di attaccamento estremo che l’uomo prova nei suoi confronti, solo quando si sentirà in trappola comprenderà che si tratta di atteggiamenti patologici dai quali doversi difendere.

 

La questione della “prova d’amore” è culturale. Quante volte sentiamo dire alle bambine “se ti da fastidio è perché gli piaci” o ai bambini “se lei ti dice no in realtà fa la preziosa e vuol dire sì” ? Anche questi insegnamenti sono alla base della cultura dello stupro e del possesso.

 

Il possesso confuso con l’amore è uno dei primi insegnamenti che riceviamo. La possessione come amore fa proprio parte della nostra cultura, ci viene tramandata scambiandola per amore, bisogna realizzare questa cosa e ripartire da lì, perché il possesso non è mai amore.

È molto importante capire che il possesso è espressione del desiderio di controllo e di dominio di una persona sull’altra. Le relazioni in cui la o il partner viene considerato un oggetto di proprietà, e non un essere umano paritario, non sono relazioni d’amore.

L’amore non è violenza, l’amore è libertà, fiducia, rispetto, condivisione.

 

Limitazioni all’indipendenza economica (violenza economica):

“Non importa che lavori, ci penso io!” : se la donna non è indipendente avrà più difficoltà a lasciare l’abusante.

 

Silenzi punitivi se contraddetti o delusi (sono una violenza psicologica).

 

Indifferenza:

Il maltrattante ignora i bisogni e i desideri della donna e alimenta la frustrazione per tenerla in uno stato di insicurezza, evitando di parlarle, di ascoltarla, di uscire insieme, di accompagnarla dai suoi parenti, tenendole magari il broncio senza mai dare una motivazione

 

Insistenza per avere rapporti sessuali:

“Ti amo troppo non posso resistere”;

“E’ tuo dovere soddisfarmi, che c’è mi hai tradito??”

 

Falsi Pentimenti!

“Scusami amore mio, non lo faccio più”

“Scusami amore, sei la cosa più importante al mondo per me”

“Ti amo troppo”

“Sono pazzo di te!”

 

Minimizzazione della violenza e la colpevolizzazione della donna:

“Hai finito di piangerti addosso?”

“Mi porti all’esasperazione!”;

“Se avessi fatto come ti avevo detto!”;

“Sei stupida!!”

“Ho avuto un attacco di rabbia” etc.

 

Sottomissione e condizionamento:

A poco a poco la donna perde la sua capacità di vedere distintamente quello che sta accadendo. Non si accorge affatto di subire una violenza fino a quando questa non diventa anche violenza fisica. Si sente costretta ad entrare in un circolo vizioso dal quale è difficile svincolarsi (fonte).

 

Come specificato in questo articolo, Senza Sporcarsi le mani, della Linea Rosa di Ravenna:

“La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si trova in uno stato di stress permanente.

Nella coppia la violenza psicologica è spesso negata e banalizzata.  

Si tende troppo spesso a considerare la donna complice dell’aggressore perché non riesce, non sa o non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato della violenza esercitata. La vittima di violenza psicologica è paralizzata, confusa, sente il dolore, la sofferenza emotiva, ma non riconosce l’aggressione subita.

Il problema relativo alla violenza psicologica, infatti, è relativo al riconoscimento di essa, alla consapevolezza di esservi sottoposti.

La difficoltà per molte donne è legata al dover ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui, invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l’ideale di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare all’ideale di tolleranza femminile e spesso, molto spesso, è difficile arrivare da sole e senza aiuto a riconoscere di essere state sottoposte ad aggressioni psicologiche.

Occorre chiedere aiuto, occorre venire aiutati da esperti ed esperte del settore.”

 

Ovvio che se avete sentito solo una volta queste frasi non siete vittime di violenza psicologica, il problema si pone quando diventano sistematiche.

L’obiettivo è quello di distruggere il vostro io, farlo in mille pezzi per potervi controllare meglio. E, come abbiamo detto più volte, si tratta di un fenomeno ripetuto nel tempo, sistematico e con un andamento graduale.

Se vi rendete conto di esserne vittime, cosa potete fare?

Prima di tutto chiamare il 1522, il numero nazionale della rete antiviolenza che vi metterà in contatto col centro antiviolenza più vicino. Rivolgersi a persone esperte del settore è molto importante per avere un supporto concreto e capire come uscirne.

E in generale, ognuno di noi, cosa può fare nella vita di tutti i giorni per far si che questi numeri si abbassino?

 

Mi dicono spesso: “ma della violenza sugli uomini non se ne parla? Perché si pone così tanta attenzione alla violenza contro le donne?”

Ovviamente non è una gara, è una presa di coscienza.

Riprendendo le parole di Lorenzo Gasparrini:

“Si pensa che i problemi di genere siano basati su una certa simmetria. Se c’è la violenza sulle donne, c’è una corrispondente violenza sugli uomini. Il problema della simmetria è che non tiene conto di uno stato di fatto della nostra società: la situazione tra i generi non è quella di una parità, è quella di una gerarchia verticale. C’è qualcuno che opprime e che qualcuno che viene oppresso. La violenza che fa l’oppresso a chi opprime non è la stessa che fa chi opprime all’oppresso. Questa gerarchia di forza non è occupata dai sessi e dai generi secondo il loro patrimonio genetico. Questo sistema si chiama patriarcale e costruisce dei ruoli. Nessuno nega che esista la violenza di genere fatta da donne eterosessuali a uomini eterosessuali, non è una lotta, ed è sempre la stessa, i femminismi si occupano di questo da anni, ma nessuno ce lo racconta”.

 

La violenza sugli uomini esiste, eccome, ed è spesso sottovalutata, su questo non ci sono dubbi e dovrebbe essere sicuramente affrontata meglio e con più serietà.

Se guardiamo la nostra società, ci rendiamo conto che esiste tutt’oggi uno squilibrio nella nostra cultura tra genere femminile e genere maschile.

 

Riprendendo questo articolo di Wired:

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il 35% delle donne nel mondo ha subito violenza almeno una volta. E anche in Italia la percentuale non sembra discostarsi: gli ultimi dati Istat, riferiti al 2015, parlano del 31% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Ma chi è a subire più spesso gli abusi? Una nuova indagine dell‘Istituto superiore di sanità (Iss) traccia oggi un identikit: tra i 15 e i 49 anni, più di un terzo delle donne abusate sono straniere, aggredite nella maggioranza dei casi dal partner. Nemmeno le bambine vengono risparmiate: il 17,9 % dei casi di ricorso in ospedale per le minori sotto i 14 anni è per aggressione sessuale.”

 

Un’infografica chiara dei dati dell’Istat del 2015:

 

Se non ci rendiamo conto di queste relazioni di potere, delle motivazioni che sono alla base di questa asimmetria, non possiamo comprendere a fondo le cause della violenza.

 

Animated GIF - Find & Share on GIPHY

 

Una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza almeno una volta nella vita. Mi pare un dato abbastanza rilevante.

 

Per capire meglio, condivido questo interessante pezzo di “The Macho Paradox” di Jackson Katz in cui racconta quello che fa nelle classi quando parla di violenza:

“Divido la lavagna in due e da una parte indico lo spazio dei maschi, dall’altra lo spazio delle femmine. Poi chiedo agli uomini: Voi uomini cosa fate giornalmente per non essere aggrediti sessualmente? All’inizio c’è un silenzio imbarazzato mentre gli uomini cercano di capire se si tratta di una domanda trabocchetto; il silenzio cede poi ad un accenno di risata nervosa. Ogni tanto c’è quel ragazzo che alza la mano e dice “Cerco di evitare la prigione”, cosa che di nuovo scatena un momento di ilarità, ma in conclusione qualcun altro alza la mano e compostamente afferma “Niente, non ci penso.”

A quel punto pongo la stessa identica domanda alle donne; e le donne in tutta la stanza alzano le mani. Gli uomini assistono in un silenzio stupefatto mentre le donne elencano le cautele della loro vita quotidiana. Queste alcune delle risposte:

– Tenere le chiavi in mano per usarle come arma

– Dare uno sguardo al sedile posteriore dell’auto prima di salire

– Ricordarsi il cellulare

– Non andare a correre di notte

– Sbarrare le finestre quando si va a dormire, anche se è estate e fa caldo

– Stare attente a non bere troppo

– Non posare il bicchiere e allontanarsi; accertarsi di seguire la preparazione per verificare che non venga inserito niente

– Possedere un cane di grossa taglia

– Portare con sé lo spray al peperoncino

– Non avere il numero del fisso sulla rubrica

– Impostare la segreteria telefonica con una voce maschile

– Parcheggiare in aree ben illuminate

– Non usare i parcheggi sotterranei

– Non prendere l’ascensore con un uomo o con un gruppo di uomini

– Non fare sempre la stessa strada per andare al lavoro

– Badare a quello che si indossa

– Non usare le aree di sosta dell’autostrada

– Installare l’allarme a casa

– Non indossare gli auricolari quando si va a correre

– Evitare le zone alberate, anche di giorno

– Non prendere un appartamento al piano terra

– Uscire in gruppo

– Possedere un’arma

– Andare al primo appuntamento con un uomo in un luogo pubblico

– Assicurarsi di avere un’auto propria o comunque di avere i soldi per il taxi

– Evitare il contatto visivo con gli uomini sulla strada

– Ricercare con aria di sfida il contatto visivo con gli uomini sulla strada

Ho poi alcune aggiunte personali:

– Non entrare nei vagoni della metropolitana di notte se dentro ci sono solo uomini

– Attraversare la strada se sul mio stesso lato della strada”

 

Ma tutto questo perché?

 

Perché viviamo ancora in una società patriarcale. Se non ci rendiamo conto di questo meccanismo, non capiremo mai quali sono le problematiche alla base.

Per questo non è possibile fare una simmetria tra la condizione delle donne e la condizione degli uomini, proprio perché viviamo tutt’ora in un mondo in cui sono gli uomini ad avere le maggior posizioni di potere, non c’è equità. Basti pensare alla Gender Gap Index, l’indice del World Economic Forum che calcola il divario di genere nei paesi di tutto il mondo basandosi su criteri economici, politici, educazione e salute e che potete trovare spiegato meglio qui.

Oppure ancora al fatto che in Italia, dopo il caso Weinstein, stiamo ancora a discutere di cosa sia o cosa non sia una molestia, non solo sminuendo le vittime, ma continuando a colpevolizzarle con il famoso “se l’è cercata”.

 

Le relazioni di potere esistono ed è lì il nocciolo della questione, ci sono molti più uomini che si sentono in potere di trattare le donne come un oggetto e ci sono da secoli.

 

Il patriarcato danneggia sia uomini che donne.

Danneggia gli uomini perché li imprigionano nella gabbia del “vero uomo” (ruolo di genere) e tutto ciò che si discosta da questo stereotipo lo rende uno sfigato o un omosessuale, come se essere omosessuale fosse in automatico una perdita di virilità. L’uomo non può piangere, non può truccarsi, non può vestirsi di rosa. I bambini non possono giocare con le bambole, devono mostrarsi sempre attivi nella ricerca della fidanzatina sennò non sono abbastanza uomini.

Anche le donne sono maschiliste, perché si nasce in una cultura nella quale ci insegnano che questo è l’unico modo di farsi accettare dagli uomini. Se vi interessa, qui trovate un decalogo delle frasi più maschiliste dette dalle donne.

In un paese in cui non si insegna la differenza che c’è tra sesso biologico e genere (ruolo, espressione e identità, qui un pezzo in cui si parla di questo), come si fa a capire il problema che c’è alla base del “vero uomo”? O alla base della non conoscenza di cosa sia il consenso?

In una storia come la nostra, dove non esistono donne pittrici, inventrici, scrittrici prima del ‘900 perché le donne erano rilegate all’ambiente domestico e alla cura (prole) per secoli, anche oggi si sente dire che il ruolo della donna è quello di procreare e badare alla casa, come si può scardinare il meccanismo del disequilibrio e della normalizzazione della violenza?

Il femminicida che viene “giustificato” tramite il “raptus”, un “attacco di gelosia” o la “pazzia”, fa parte dello stesso meccanismo.

In un mondo in cui l’uomo è libero di vivere la propria sessualità mentre per la donna c’è sempre un collegamento diretto alla sua morale e di fatti le offese nei confronti della donna sono per la maggior parte sessiste, come si fa a trasmettere quali sono i meccanismi alla base, se mancano totalmente materie scolastiche che li affrontano?

Capire quali sono i meccanismi alla base della violenza è fondamentale per riconoscerla, per rendersene conto, per guardarsi dentro e capire che tutti i tipi di violenza non sono una cosa a sé, ma sono collegate da un unico filo: il disequilibrio e il potere.

Nella vita di tutti i giorni, quando riusciremo ad abattere gli stereotipi che ci ingabbiano e le discriminazioni che portiamo avanti nel quotidiano, riusciremo anche a prevenire i tipi di violenza che continuano a mietere vittime ogni giorno.

 

Rete Antiviolenza Comitato Area Sud Milanese

Share