25 Novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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Oggi è il 25 Novembre, data segnata come “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” dalle le Nazioni Unite attraverso la risoluzione 54/134 approvano nel 1999.

 

Ma perché?

 

L’origine di questa data è legata alla storia di tre sorelle: Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia María Teresa Mirabal. Le sorelle Mirabal vivevano nella Repubblica Domenicana quando era sotto la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo.

Diedero vita ad un movimento democratico denominato “14 giugno” per combattere per i propri diritti, contro l’oppressione della dittatura e per questo furono incarcerate diverse volte.

Erano state nominate “les mariposas”, le farfalle.

Era il 1960, il 25 Novembre quando stavano tornando da una visita in carcere ai loro mariti, furono rapite dai servizi militari per ordine di Trujillo.

Furono portate in una piantagione di canna da zucchero, torturate, strangolate e gettate in un burrone dentro la loro auto per simulare un incidente.

Questo assassinio venne a galla poco tempo dopo causando grandi movimenti da parte dell’opinione pubblica che culminarono con l’assassinio di Trujillo nel 1961.

 

La loro morte è diventata il simbolo di tutte le violenze perpetrate contro le donne in quanto donne.

 

E questa è una data che serve ad informare e ad informarsi. Conoscere:

  • Il vero significato di femminismo (che non vuol dire misandria, ma lotta alla parità di tutti gli esseri umani);
  • Quanti stereotipi trasmettiamo attraverso l’educazione binaria. Banalmente, sin dalla nascita:
    • Se sei femmina:
      • Appendono un fiocco rosa alla porta prima che tu nasca;
      • Si aspettano tu giochi con le Barbie, con giochi relativi alla realtà domestica;
      • Devi essere affettuosa, bella, emotiva, vulnerabile, gelosa, fedele, etc. altrimenti sei un “maschiaccio” (e comunque essere “maschiaccio” viene spesso visto dalle bambine come qualcosa di figo perché si associa al maschio il ruolo più importante);
    • Se sei maschio:
      • Appendono un fiocco blu alla porta prima che tu nasca;
      • Si aspettano tu giochi con macchinine e giochi di “forza”;
      • Devi essere forte, razionale, coraggioso, sicuro, orgoglioso, infedele etc. non devi piangere, altrimenti sei una “femminuccia” (e non è mai visto come qualcosa di positivo l’esser “femminuccia”, viene visto come sinonimo di codardia e debolezza perché si fa riferimento a quello che addirittura viene chiamato “sesso debole”).
  • Il vero significato di “educazione alla parità di genere e alla differenza” che non c’entra assolutamente niente con “l’idelologia del gender” di cui si sente tanto parlare e che crea una grande confusione tra “sesso, “genere” e “identità di genere”. Giusto per ricapitolare:
    • 1) Il sesso biologico: ossia l’appartenenza dal punto di vista biologico al sesso maschile o femminile, per come è definita dai cromosomi sessuali, dagli ormoni, dai genitali esterni e interni, e dalla conseguente conformazione complessiva del corpo;
    • 2) L’identità di genere: che sta a significare se una persona si auto-percepisce interiormente come uomo o donna e dunque corrisponde al genere con cui una persona si identifica primariamente. Questa auto-identificazione solitamente si stabilisce nei primi tre anni di vita circa. Non sempre il sesso biologico rappresenta quello in cui “ci si sente a casa”: nelle persone transessuali, per esempio, l’identità di genere coincide con quella di solito associata al sesso opposto. Bisogna tenere presente, inoltre, che l’identità di genere non determina affatto l’orientamento sessuale e romantico.
    • 3) Il ruolo di genere: questo termine ha una duplice accezione. In primo luogo, esprime l’insieme di aspettative sociali e di ruoli che definiscono come gli uomini e le donne debbano essere, quali caratteristiche esteriori debbano presentare e come si debbano comportare, in una determinata cultura e in un dato periodo storico. In secondo luogo, riguarda il modo in cui ciascuno interpreta il proprio essere maschio o femmina, il che indica esteriormente, agli altri, se e come il soggetto aderisca alle norme sociali sul maschile e femminile. I ruoli di genere individuali, infatti, possono essere più o meno conformi alle regole che una determinata cultura, nel corso della storia, ha stabilito per differenziare uomini e donne: variano da uomo a uomo e da donna a donna, che a seconda del contesto possono venire considerati maschili o femminili. È fondamentale ribadire, infatti, che anche sul piano sociale questi ruoli cambiano in misura notevole tra luoghi differenti e nel tempo. Basti dire che, nella Francia del Re Sole, era socialmente prescritto per i maschi nobili l’uso della parrucca o del belletto e del trucco, e più in generale la moda maschile e femminile dell’epoca aveva caratteristiche di “genere” decisamente diverse da oggi. È cruciale, per , comprendere che, prima ancora che sull’aspetto esteriore, le regole del genere incidono profondamente sul processo di comprensione di sé delle persone, poiché stabiliscono norme, modelli, immagini e rappresentazioni a partire dai quali è possibile percepirsi, pensarsi, legittimarsi e valorizzarsi. I singoli individui, tuttavia, per i più vari motivi, differiscono tra loro nella libertà di scegliere se essere o meno conformi a queste norme, secondo le loro predisposizioni, le esperienze vissute e i punti di riferimento culturali. Tale relazione con le norme di genere, di adesione (volontaria o forzata) o di incompatibilità (deliberata o proprio malgrado), costituisce un aspetto psichico centrale nel processo di percezione e valorizzazione di sé.
    • 4) L’orientamento sessuale: a differenza degli altri “livelli” dell’identità sessuale, questo riguarda l’attrazione emotiva, affettiva ed erotica nei confronti dei membri del sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi (per cui ci si può identificare rispettivamente come eterosessuali, omosessuali o bisessuali).

 

 

Perché è importante parlarne tutto l’anno?

 

Perché la mancanza di conoscenza di questi concetti fondamentali porta alla tolleranza della violenza: quante volte leggiamo in prima pagina “moglie uccisa per raptus di gelosia”, e no. Il raptus non esiste. E’ solo l’ennesima violenza che la donna ha subìto e che è andata troppo oltre.

 

Quel che emerge dal report del 2014 “Rosa Shocking – Violenza, stereotipi e altre questioni del genere” a cura di Intervita col supporto di Ipsos è agghiacciante (potete trovarlo qui).

 

Secondo gli intervistati e le intervistate la violenza di genere rientra nei normali rapporti uomo-donna e la violenza domestica si deve risolvere all’interno della famiglia in quanto fatto privato. Un uomo su 4 ritiene che se una donna picchiata dal marito non lo lascia, diventa lei stessa colpevole.

Quante volte abbiamo sentito dire: “beh, se non è riuscita a lasciarlo o a denunciarlo vuol dire che tanto male non ci stava”. Fino a quando non venne ritrovata uccisa per un “attacco di rabbia”. Non c’è stato nessun “attacco”, bensì una serie continuata e ripetuta di violenze che sono accadute una volta di troppo.

 

Il 79% delle donne intervistate ha dichiarato che è normale che un uomo diventi violento se viene tradito, il 77% ritiene che sia normale che gli uomini diventino violenti per il troppo amore, il 78% pensa che non si dovrebbero indossare abiti provocanti se non si vuole subire violenza.

Da queste statistiche si capisce che anche le donne sono maschiliste e sessiste, spesso senza rendersene conto (maschilismo internalizzato).

Quante persone ancora credono che sia il troppo amore la causa di tutto, cerchiamo di riflettere sulla differenza tra amore e possesso. L’amore non porta mai alla violenza.

 

Il maschilismo internalizzato porta a discriminazioni che a loro volta portano alla giustificazione della violenza.

 

Secondo il III Rapporto su “Caratteristiche, dinamiche e profili di rischio del femminicidio in Italia” del 2015 (che potete trovare qui):

 

“Il record negativo dell’ultimo quinquennio si registra nel 2013 (179 donne uccise, pari al 35,7% del totale), seguito dal 31,9% delle vittime totali nel 2014, anno in cui il numero di casi (152) risulta tuttavia inferiore sia alla media dell’intero periodo sia ai singoli intervalli annuali considerati (rispetto al numero record del 2013 la flessione risulta pari a -15,1%).”

 

I dati dell’Istat di giugno 2015 mostrano che in Italia una donna su 3 ha subito violenza nella sua vita.

 

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Dire e sentirsi dire “tu sei mia” nasconde un significato molto più intrinseco: il possesso.

 

In realtà il possesso è alla base della violenza, il considerare la persona di propria proprietà, porta allo stalking, alla violenza sessuale, alla violenza economica, alla violenza psicologica (sempre sottovalutata ma ugualmente letale), al femminicidio.

 

Analizziamo meglio questa parola.

 

Il femminicidio è un termine riconosciuto a livello internazionale per indicare un fenomeno ben preciso in quanto le donne vengono uccise proprio in quanto donne, mogli, fidanzate, ex compagne, etc. E’ il culmine del ciclo della violenza contro le donne basato sul il rapporto di potere all’interno della coppia o della relazione. La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell’uomo sulla donna. Queste donne sono considerate un oggetto di proprietà, e non un essere umano paritario.

 

 

Quindi, perché si dice «femminicidio» e non «omicidio»?

 

  • Perché indica un fenomeno culturale preciso;
  • La donna viene uccisa «in quanto donna»;
  • E’ il culmine del ciclo della violenza contro le donne basato sul il rapporto di potere all’interno della coppia o della relazione;
  • La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell’uomo sulla donna.
  • Le donne sono considerate un oggetto di proprietà, e non un essere umano paritario.
  • Non è il come sia stata uccisa ma il PERCHE’. E’ questo che distingue un omicidio da un femminicidio.
    • Ad esempio: se un ladro entra in casa e spara a una donna, non è un femminicidio.
  • Se una donna viene uccisa per aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione (dicotomia tra la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna” da una parte e la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice dall’altra)
  • Per aver provato ad aver la libertà di decidere cosa fare della propria vita, per aver detto «NO», per essersi sottratta al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante….
  • Perché una donna, per la sua autodeterminazione, è stata punita con la morte.

 

Come specifica qui  la commissione dell’Unione Europea e  qui il Global Gender Gap Index 2015 del World Economic Forum, le donne, a parità di esperienza ed educazione degli uomini,  guadagnano il 16% in meno degli uomini.

 

Il Gender Gap Index è un indice che calcola il divario tra donne e uomini nei paesi basandosi su criteri economici, politici, educazione e salute.

Secondo Gender Gap Index del 2015 l’Italia:

  • E’ al  41esimo posto, tra la Colombia e le Bahamas, per quanto riguarda l’Indice globale.
  • E’ al 111esimo posto per quanto riguarda la disparità della partecipazione economica e le opportunità di lavoro delle donne rispetto agli uomini.

 

 

Infatti la violenza sulle donne ha radici nella cultura, nella società, nella disparità tra uomo e donna.

 

Quindi il 25 Novembre ci riguarda eccome, riguarda tutte e tutti noi.

E non perché la vittima potrebbe essere la vostra mamma, sorella, nonna o migliore amica, ma soprattutto perché il non riconoscere la gravità di questi dati, il non informarsi sulle radici di questo, vuol dire accettare che tutta la società sia complice.

 

Il 25 Novembre è un’occasione per parlarne, per capire, per informarsi, per non restare in silenzio.

 

Per questo come volontari e volontarie della Croce Rossa ci teniamo a parlarne e lo facciamo tutto l’anno.

 

Lo facciamo abbattendo il tabù dell’educazione contro gli stereotipi di genere nelle scuole.

Lo facciamo facendo informazione ed informandoci a nostra volta con esperte ed esperti del settore.

 

Siamo consapevoli che siamo prima di tutto persone, a prescindere dal sesso, e che ognuna ed ognuno di noi ha la sua peculiarità ed il suo carattere, ma che nonostante questo tutte e tutti possono essere libera di scegliere la strada che vuole per il proprio futuro. E questo è un messaggio che si deve trasmettere fin dalla nascita. Facciamo giocare i bambini e le bambine con quello che vogliono, facciamo crescere loro come individui nel rispetto degli altri esseri umani.

Nessuno/a è superiore ad un’altra persona.

Ed è importante riuscire a capire questo per abbattere ogni tipo di stereotipo e discriminazione basate su sessismo, razzismo, omofobia, transfobia etc. poiché derivano tutte dalla convinzione che ci siano delle persone con più diritti e più autorità di altre.

L’equità per ogni etnia, orientamento sessuale (gay-lesbo-trans-bisessuale-queer etc.), identificazione di genere, classe, disabilità, religione e cultura è inscindibili nella lotta contro la non uguaglianza del sistema.

 

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, diceva Gandhi.

 

E in merito a questo vorremmo condividere con voi questa serie di libri, con l’augurio che possano attuare un cambiamento perché siamo parte della società in cui viviamo:

 

– Virginia Woolf. “Una stanza tutta per sé”;

– Simone de Beavouir. “Il secondo sesso”;

– Elena Gianini Belotti. “Dalla parte delle bambine”;

– Loredana Lipperini, “Ancora dalla parte delle bambine”;

– Cecilia Robustelli, “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”,

– Aldo Rocco. “Perché gli uomini picchiano le donne”;

– Robert W. Connel. “Questioni di genere”;

– Franca Gareffa, “Insicure da morire”;

– Cristina Obber. “Non lo faccio più”;

– Riccardo Jacona. “Se questi sono gli uomini”;

– Dacia Maraini. “L’amore rubato”;

– Serena Dandini. “Ferite a morte”;

– La 27esima Ora. “Questo non è amore”;

– Luciano Garofano-Rossella Diaz. “I labirinti del male”;

– AA.VV. “Nessuna più”;

– Loredana Lipperini- Michela Margia. “L’ho uccisa perché l’amavo. FALSO!”;

– Giacomo Grifoni. “Non esiste una giustificazione”;

– Graziella Priulla. “Parole Tossiche. Cronache di ordinario sessismo”;

– Asa Grennvall, “7° piano”, hop edizioni;

 

 

Come sempre, per informazioni, domande e suggerimenti scrivete a reteantiviolenza@criopera.it

 

Rete Antiviolenza Croce Rossa Comitato Area Sud Milanese

 

 

 

 

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